Archivio per ‘Cronache della Resistenza’ categoria

Cronache della Resistenza – 2017/N°1

11 gennaio 2017

Cronache della Resistenza – 2017/N°1

Sommario:

  • Il silenzio sul significato del voto del 4 dicembre e le
    “amenità” di Pierluigi Battista
  • La fiera delle bufale
  • I giovani dell’ANPI fanno rete
  • Anche Libera a una giornata di antifascismo
  • Anpi Cesena risponde
  • Teresa Mattei, il migliore… e la censura
  • Un punto di vista condiviso
  • RomagnaMigrante
  • In ricordo di Luciano Ravaglia: Furio
  • Ricordi e sottoscrizioni

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Cronache della Resistenza – 2016/N°5

5 novembre 2016

Cronache della Resistenza – Settembre/Ottobre 2016/N°5

Sommario:

Marchionne dixit / Sulla Riforma costituzionale e sulla Legge elettorale / Appassionati di Democrazia / CGIL invita al NO / Bombardamenti fascisti su Barcellona / Il mancato golpe e la relazione con l’Europa / Reportage: 2 giugno 2016, Forlì / Al compagno partigiano / Ricordi e sottoscrizioni / Vignettisti per il NO

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Cronache della Resistenza – 2016/N°4

12 settembre 2016

Cronache della Resistenza – Luglio/Agosto 2016/N°4

Sommario:

  • Noi No – pag 2
  • Sulla revisione della Costituzione – pag 4
  • La riforma del senato, strappo alla Costituzione – pag 5
  • Memorie di pietra: Renato Medri e Primo Targhini – pag 6
  • Documento finale della commisione politica – pag 8
  • Lettera ai giovani neofascisti e neonazisti – pag 13
  • Niente strappi, è NO alla riforma – pag 15
  • I volontari della Repubblica di San Marino – pag 17
  • Ricordi e sottoscrizioni – pag 19

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Cronache della Resistenza – 2016/N°3

8 agosto 2016

Cronache della Resistenza – Maggio/Giugno 2016/N°3

Sommario:

  • L’ANPI non si lascia – pag 2
  • Occhi che hanno visto – pag 4
  • Nascita delle prime formazioni partigiane italiane – pag 5
  • Le Brigate Internazionali nella Guerra di Spagna – pag 9
  • Uno stato pienamente antifascista? – pag 11
  • La memoria non è condivisa come la storia – pag 14
  • C’è chi dice no – pag 15
  • Ricordi e sottoscrizioni – pag 17

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Neofascismo piaga sociale

7 luglio 2016

Il 29 aprile scorso, a Milano, nell’anniversario della morte del militante neofascista Sergio Ramelli, si è tenuto un concerto nazirock. Quella del 29 aprile a Milano è una delle date ormai consuete di ritrovo per il neofascismo italiano.
Nel 2013, sedici militanti di estrema destra erano stati rinviati a giudizio per il reato di apologia del fascismo per avere eseguito il saluto romano durante il corteo in un tripudio di croci celtiche. Per la stessa imputazione e nella medesima occasione, altri dieci militanti erano stati denunciati nel 2014, ma è di poche settimane fa la notizia che il GUP ha prosciolto tutti perché “il fatto non sussiste”.
La maggior parte dei momenti di attività politica delle organizzazioni neofasciste passa proprio dalle commemorazioni. Non ci sarebbe nulla di male nel ricordare i morti, la pieta è per tutti, ma in questi casi il fine è evidentemente: creare occasioni durante le quali poter fare appunto “apologia di fascismo”. Pura strumentalizzazione.
Il vittimismo è la porta da cui passa lo sdoganamento delle destre neofasciste italiane.
Da ricordare ci sono, ad esempio, gli squadristi morti durante le aggressioni, ci sono i “grandi” gerarchi di Mussolini, ci sono i repubblichini morti nella strenua difesa del regime fascista.
Ci sono anche i Martiri delle Foibe e i militanti di estrema destra uccisi durante gli anni di piombo, ricordati in sede istituzionale con cerimonie di Stato che tuttavia lasciano insoddisfatto il desiderio di propaganda fascista, e perciò snobbate. Se non ci sono la croce celtica e il saluto romano non vale.
E’ un vittimismo “chiagni e fotti”, quello dell’estrema destra italiana, che cerca occasioni utili a sostenere l’assurda tesi dell’antifascismo come male assoluto, spostando l’inizio della storia di volta in volta dove più fa comodo, rappresentando il fascismo come vittima anziché carnefice.
Tuttavia, se durante gli anni di piombo le violenze neofasciste erano valutate nell’ottica della teoria degli opposti estremismi, difficilmente si potrà trovare la stessa giustificazione alla violenza messa in atto negli ultimi venticinque anni.
Sin dalla sua nascita il fascismo ha giustificato la violenza quale mezzo per proteggere la nazione dalla minaccia comunista. Tuttavia dalla caduta del Muro di Berlino e della conseguente fine del blocco comunista, nel 1989, o dallo scioglimento del Partito Comunista Italiano in Italia, nel 1991, il neofascismo ha continuato a mietere vittime.

 

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Auro Bruni
La prima vittima dei neofascisti dopo la caduta del muro di Berlino è il diciannovenne Auro Bruni, un attivista del centro sociale Corto Circuito, a Roma.
La notte del 19 maggio 1991 alcuni militanti di estrema destra fanno irruzione nel centro sociale dentro al quale Auro sta dormendo, e, dopo averlo aggredito e stordito, danno fuoco all’edificio.
La giustizia italiana non ha mai trovato i colpevoli dell’omicidio, nonostante la rivendicazione avvenuta il giorno successivo da parte dei “disoccupati italiani nazionalisti”, sigla riconducibile ad ambienti di estrema destra. Né questa rivendicazione, né gli attentati subiti nei mesi precedenti da altri centri sociali rappresentarono indizi validi per la magistratura.
Durante gli anni Novanta, grazie ad un mutato assetto dell’arco parlamentare e talvolta alle curve calcistiche, il neofascismo trova spazi e si espande, i casi di aggressioni e accoltellamenti sono numerosi, ma fortunatamente senza esiti letali fino al 2003.

 

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Davide Cesare Dax
Il 17 marzo 2003 a perdere la vita è Davide Cesare, conosciuto come Dax. La notte del 16 marzo, Davide si trova in un bar di Milano insieme ad altri tre militanti del centro sociale O.R.So.
I quattro escono per fumare una sigaretta e vengono affrontati da tre noti neofascisti residenti nel quartiere, padre e due figli.
I tre sono armati di coltello e feriscono con dieci coltellate uno dei ragazzi, che riuscirà a salvarsi, e con dodici Dax che morirà durante il trasporto verso l’ospedale San Paolo.
Come spesso succede in questi casi, i giornali parleranno di rissa tra opposte fazioni politiche. Tuttavia, dalle perizie tecniche effettuate sul corpo del ragazzo, si rileverà che nessuna ferita “da difesa”, né graffi né tagli né lividi, è stata trovata sulle braccia e sulle mani, a prova del fatto che Davide Cesare non ebbe la possibilità di difendersi dai suoi aggressori.

 

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Renato Biagetti
A Roma, la notte del 26 agosto 2006, viene assassinato il ventiseienne Renato Biagetti, ingegnere, tecnico del suono e grande appassionato di musica reggae.
È proprio da una festa reggae che sta tornando Renato all’alba del 27 agosto insieme alla sua compagna e ad un amico. Due ragazzi di 19 e 17 anni a bordo di una automobile, provocano i tre lanciando grida dal finestrino: “È finita la festa? Sì? Allora ritornatevene a Roma, merde!”.
Il locale è considerato un “covo di zecche” e il maggiore dei due ragazzi, ha una croce celtica tatuata sul braccio: è facile capire i motivi all’origine della provocazione.
I due ragazzi scendono e ingaggiano una rissa con i tre, poi il più grande estrae un coltello e colpisce Renato con otto coltellate, di cui una al cuore, prima di fuggire insieme all’amico a bordo dell’automobile.
Renato viene portato in ospedale, dove muore poco dopo.
Anche in questo caso i giornali cercano di far passare la notizia per una “rissa tra balordi” e viene rifiutata dai giudici la matrice politica dell’agguato, nonostante i due aggressori vengano riconosciuti da molti come estremisti di destra.
Anche l’istanza presentata dall’ANPI, che chiede di essere considerata parte civile, viene rigettata.

 

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Nicola Tommasoli
La vigilia del 1° maggio 2008, a Verona, un giovane grafico di 29 anni di nome Nicola Tommasoli, sta passeggiando insieme due amici quando cinque giovani di estrema destra si avvicinano e chiedono una sigaretta. Davanti al rifiuto dei tre, scatta l’aggressione.
I due amici se la cavano con alcune lesioni ma Nicola cade a terra e viene preso a calci dai cinque neofascisti, che dopo il pestaggio si dileguano.
Gli amici trasportano subito Nicola in ospedale, dove rimane in coma fino al 5 maggio, quando i medici ne dichiarano la morte cerebrale.
Il primo giovane fermato per l’omicidio è un diciannovenne già responsabile di aggressioni a sfondo razzista e violenze negli stadi. Si muove in ambienti vicini a Forza Nuova, ma l’associazione di estrema destra, come in tutti i casi di violenza da parte dei propri simpatizzanti, nega qualsiasi coinvolgimento nella vicenda e minaccia di querelare chiunque la associ all’episodio.
Uno dopo l’altro vengono arrestati anche gli altri quattro aggressori; tutti giovani tra i diciannove e i vent’anni.
Due di loro erano stati coinvolti in incidenti avvenuti durante le partite dell’Hellas Verona, la squadra di calcio della città nota per avere gran parte della tifoseria affine a movimenti di estrema destra, mentre gli altri due erano stati già indagati per violazione della legge Mancino e istigazione all’odio razziale.
Appesa al muro della cella degli imputati verrà trovata una immagine di Hitler giustificata come “gesto goliardico”.

 

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Samb Modou e Diop Mor
Il 13 dicembre 2011 si verifica quella che sarà ricordata come la strage di Firenze.
In piazza Dalmazia, Gianluca Casseri ha un diverbio con un gruppetto di cittadini senegalesi che sta vendendo la propria mercanzia tra le bancarelle del mercato. Si allontana dalla piazza e, poco dopo, ritorna a bordo della propria auto. La parcheggia in doppia fila, si dirige verso il gruppo di venditori senegalesi e fa fuoco con una Smith & Wesson calibro 357 magnum.
Uccide Samb Modou e Diop Mor, ferisce Moustapha Dieng colpendolo alla schiena e alla gola e poi si allontana. Un giornalaio gli sbarra la strada ma Casseri lo minaccia con la pistola e fugge a bordo della propria auto, facendo perdere le proprie tracce.
Alle tre del pomeriggio, Casseri ricompare al mercato di San Lorenzo e apre il fuoco ferendo gravemente Sougou Mor e Mbeghe Cheike.
Quando la polizia riesce finalmente ad individuare l’assassino nel parcheggio sotterraneo del Mercato Centrale di San Lorenzo, questo si uccide sparandosi all’interno della sua auto.
La stampa pubblica la notizia che l’uomo era stato identificato nel corso di due manifestazioni di CasaPound ma i “fascisti del terzo millennio” prendono le distanze affermando “Non siamo soliti chiedere la patente di sanità mentale”. Insomma, l’ideologia fascista ed il razzismo non avrebbero alcun ruolo nella strage, che sarebbe solo frutto dell’atto isolato di un folle. Allo stesso tempo, i camerati di Casa Pound aggiungono “ma se è avvenuta [questa strage] vogliamo ricordare che è anche perché questo Stato non è in grado di fornire alcuna protezione e assistenza ai suoi figli più deboli”.

 

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Ciro Esposito
A Roma il 3 maggio 2014 si gioca la finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli. Un corteo di tifosi del Napoli sta percorrendo viale Tor di Quinto verso lo stadio Olimpico, quando vengono esplosi sette colpi di pistola che colpiscono tre ultras napoletani. Ciro Esposito, trentuenne napoletano, rimane a terra in condizioni gravissime e, viene ricoverato all’ospedale Gemelli di Roma, dove muore dopo 50 giorni di agonia.
Durante il ricovero, Ciro riconoscerà il suo presunto assassino, presentato dai media come un quarantottenne “ex ultras romanista”.
Non ci vorrà molto perché inizino a diffondersi il poco lusinghiero curriculum di militante di estrema destra e le immagini tratte dal profilo facebook, che ritraggono l’imputato nel suo bunker, arredato con croci celtiche e immagini di camerati.

Vicino a noi
Non si creda che questi eventi accadano solo nelle grandi città.
Anche se la stampa locale riserva a queste notizie piccoli trafiletti, tende a minimizzare e talvolta a distorcere queste notizie, nella nostra regione si verificano con frequenza gravi aggressioni di stampo neofascista.
Lo stesso leader e fondatore di Casapound Gianluca Iannone è stato condannato in primo grado a 4 anni di reclusione per lesioni e favoreggiamento in seguito ad una aggressione avvenuta a Predappio nell’anniversario della fucilazione di Mussolini ai danni di un uomo che aveva cercato di sedare una discussione nata tra la “guardia d’onore”, una vigilanza autoorganizzata alla tmoba di Mussolini, ed un visitatore vestito in modo non adeguato. L’uomo aggredito a calci e pugni da un gruppo di individui in giubbotto verde e anfibi, tra i quali Iannone, si rivelò poi essere un carabiniere in borghese.
Nel 2007, a Rimini, 11 militanti di Forza Nuova venivano arrestati con l’accusa di concorso in tentato incendio e tentato sequestro di persona, aggravati dal numero delle persone che vi hanno preso parte, dall’aver istigato a commettere i reati anche minori di anni 18, nonché dall’aver agito con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico.
Le indagini erano iniziate a seguito del lancio di due Molotov e di due auto incendiate nei pressi del laboratorio occupato Paz, uno spazio occupato a scopo sociale nel riminese.
Durante le perquisizioni ai neofascisti furono sequestrate tra le altre cose: tre pistole a gas, tirapugni, manganelli, coltelli a serramanico e pugnali, passamontagna, corda e documentazione attestante l’appartenenza e/o la vicinanza degli indagati a Forza Nuova, il che ovviamente escluse ogni possibilità della solita presa di distanza da parte del movimento.
Uno dei fermati fu anche arrestato in flagranza di reato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, essendo stato trovato in possesso di 3,5 grammi di cocaina, nonché di materiale per il taglio, la pesatura ed il confezionamento della droga.
Sempre a Rimini, nell’estate del 2014 un militante di estrema destra definito dai giornali come “ex militante di Forza Nuova” accoltellò due ragazzi in quella che in un primo momento fu presentata dai giornali come una rissa in discoteca, e poi come rissa tra militanti di estrema destra ed estrema sinistra. I fatti certi sono che le perquisizioni di auto e appartamenti degli “ex di Forza Nuova” rivelarono un arsenale fatto di coltelli, sbarre di ferro, scimitarre e tirapugni, e i due venticinquenni aggrediti dal militante neofascista riportarono diverse ferite di arma da taglio all’addome, e il camerata fu accusato di tentato omicidio.
Tornando a Forlì, nella notte del 19 aprile 2013 l’auto della cantante che aveva partecipato ad una iniziativa antifascista fu sfregiata da svastiche incise sulla portiera e sul cofano. Proprio in quei giorni, la donna stava collaborando con l’associazione Alfred Lewin ad eventi organizzati in occasione della festa della Liberazione.

Considerazioni conclusive
Che il neofascismo rappresenti una piaga sociale, è dimostrato dal fatto che può colpire chiunque, e non solo militanti di sinistra. Nei casi in cui il fattore politico non è esplicito, il neofascismo si presenta come l’innesco di soggetti già di per sé propensi alla violenza.
Come è facile rilevare consultando l’elenco delle vittime, è sufficiente trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato per subire le conseguenze degli atti di individui montati da un’ideologia – quella fascista – che porta in se il seme della violenza.
Non solo: le prime vittime del neofascismo sono proprio i giovani attratti da associazioni e partiti, che plagiano ragazzi deboli con promesse d’impunità e protezione, ma che al naturale verificarsi delle conseguenze dell’odio seminato nelle menti dei propri militanti, si estraniano, minacciando querele a destra e a manca e rivendicando una credibilità politica.
Una credibilità politica che non esiste, in quanto non c’è nulla di politico nel risolvere il conflitto sociale eliminando i diritti, ossia il programma politico fascista di sempre.
D’altra parte, l’agibilità politica è assicurata alle organizzazioni di estrema destra dall’appoggio fornito dai partiti che si dichiarano di centro/centro-destra, i quali rivendicano nelle sedi istituzionali la libertà di manifestare anche per quelle organizzazioni che si rendono abitualmente responsabili di apologia di fascismo.
Sul fronte dell’agibilità politica, la più importante operazione messa in atto in tempi recenti appartiene ai fascisti del terzo millennio di Casapound che, trovando un’intesa con il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, inaugurano la nuova sigla “Sovranità”.
“Prima gli italiani” è lo slogan del nuovo movimento nato, per cercare di far chiudere un occhio agli italiani del Sud e far ottenere qualche voto alla Lega Nord, in cambio di piena agibilità politica e riconoscimento ai militanti di Casapound nelle iniziative del Carroccio.
Non solo: alle ultime elezioni amministrative Casapound è riuscita a piazzare un candidato all’interno del consiglio comunale di Bolzano, dove il partito ha ottenuto ben il 6,86% di voti.
I cugini greci di Casapound, i neofascisti di Alba Dorata, grazie ad una ricetta fatta di nazionalismo, populismo, e cavalcando la crisi, sono riusciti ad arrivare ad ottenere risultati elettorali impensabili fino a qualche anno fa.
Durante l’ascesa del partito, numerose sono state le violenze registrate, spesso rimaste impunite grazie ad una forte infiltrazione all’interno delle forze di polizia. Solo dopo l’uccisione da parte di un militante di Alba Dorata il giovane rapper antifascista Pavlos Fyssas, noto come Killah P, sono iniziate le indagini che hanno portato all’arresto dei vertici del partito e di commissari di polizia, con l’accusa di aver costituito l’associazione criminale mandante dell’omicidio.
Secondo fonti attendibili, per le autorità greche erano fondate le prove di un possibile colpo di Stato ad opera di Alba Dorata, accusata di aver costituito gruppi armati paramilitari suffragato dall’esistenza di appositi campi di addestramento per prendere il potere nel paese con la forza.
Seppur lontana dalla situazione greca, nell’Italia della crisi, con una classe politica che non brilla certo per levatura morale ed una giustizia che funziona a intermittenza, è necessario rilevare che l’antifascismo non costituisce più un valore comune e condiviso per le istituzioni, e che non è possibile fare pieno affidamento su queste per contenere la piaga sociale del neofascismo che, forte dell’indifferenza, continua a mietere vittime.

Cronache della Resistenza – 2016/N°2

9 marzo 2016

Cronache della Resistenza – Marzo/Aprile 2016/N°2

Sommario:

  • Editoriale – pag 2
  • Stoppa – pag 4
  • Jazz in time – pag 8
  • Contro il Neofascismo e l’indifferenza chiediamo con forza il rispetto delle leggi – pag 10
  • Sacralità laiche – pag 11
  • Una eroica combattente nella guerra civile spagnola: una donna – pag 12
  • Umberto, la lettura e la Costituzione – pag 15
  • Un grido di ribelllione e un inno alla vita e alla libertà di un intero popolo perseguitato – pag 15
  • Mario Vespignani, direttore di Cronache In memoria del nostro partigiano – pag 19
  • Ricordi e sottoscrizioni – pag 19

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Cronache della Resistenza – 2016/N°1

5 febbraio 2016

Cronache della Resistenza – Gennaio/Febbraio 2016/N°1

Sommario:

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Cronache della Resistenza – 2015/N°5

22 dicembre 2015

Cronache della Resistenza – Settembre/Ottobre 2015/N°5

Sommario:

  • Le celebrazioni del 70° della Liberazione di Carlo Sarpieri – pag 2
  • La Liberazione del Comune di Bagno di Romagna a cura del Comune di Bagno di Romagna – pag 4
  • Predappio, 28 ottobre di Palmiro Capacci – pag 5
  • La Liberazione a Montiano – Dopo settanta anni… di Giorgio Bolognesi – pag 6
  • La Liberazione di Cesena di Sigfrido Sozzi – pag 8
  • I giorni della Liberazione di Forlimpopoli a cura di Valter Pedroni e Mirella Menghetti – pag 10
  • La Liberazione di Forlì di Lodovico Zanetti – pag 11
  • Sovversive di Diletta Basini – pag 12
  • Ricordi e sottoscrizioni – pag 14

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Cronache della Resistenza – 2015/N°4

7 agosto 2015

Cronache della Resistenza – Luglio/Agosto 2015/N°4

Sommario:

  • Si dice Grecia ma si pensa all’ Europa e al suo futuro – pag 2
  • Sogna Ragazzo, resisti – pag 3
  • Un monumento per Valdonetto – pag 5
  • Neofascismo piaga sociale – pag 5
  • Il Balilla che disse di “No” al fascismo – pag 8
  • Guido Boschi, un giovane uomo morto “per” la guerra – pag 11
  • Con la Spagna nel cuore – pag 14
  • Ricordi e sottoscrizioni – pag 15
  • Stiamo cercando – pag 15

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Il Balilla che disse di “No” al fascismo

6 agosto 2015

di Francesco Satanassi

La storia Balilla Gardini, soldato di fanteria che, dopo l’8 settembre, fu disarmato e internato nei campi di concentramento nazisti. Nonostante la possibilità di tornare libero “firmando per la R.S.I.”, scelse, insieme ad altri 600.000 italiani, di soffrire la fame e le torture del lager. È la storia dimenticata degli I.M.I.

L’8 settembre del ’43 fu una data storica per l’Italia, dopo la caduta del Fascismo del 25 luglio e l’illusione di una ritrovata libertà, smorzata dal proclama di Badoglio per il quale “la guerra continuava a fianco dell’alleato tedesco”, l’armistizio con la forze anglo-americane illuse che il conflitto mondiale fosse ormai giunto al termine. Dopo aver annunciato che “ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”, lo stesso Badoglio, insieme al Re e ai Capi di Stato Maggiore dell’esercito, fuggì verso il sud ormai liberato, senza impartire alcun ordine al già martoriato esercito, sparpagliato su più fronti e letteralmente abbandonato a se stesso. Ufficiali, sottufficiali e truppa si trovarono perciò isolati, con l’improvvisa notizia che il nemico era cambiato, non più gli inglesi, ma il tedesco che da tempo, sebbene militarmente alleato, mostrava la propria superiorità e prepotenza ai soldati italiani, arruolati in una guerra che mai avevano sentito propria, senza la giusta preparazione, l’adeguato equipaggiamento e gli adeguati armamenti. L’immagine del uomo invincibile in cui era cresciuto il soldato italiano durante il Ventennio, frutto di una propaganda volta a creare miti senza fondamento, si era infatti sbriciolata nel momento in cui l’esercito si era scontrato con la dura realtà del fronte, nella completa disorganizzazione e precarietà tipica di un Fascismo millantatore.
Già nel febbraio del ’42, in una lettera alla moglie, il soldato forlivese Balilla Gardini rende l’idea delle difficoltà in cui versava l’esercito italiano ogni giorno, anche nelle cose più semplici.

“Per fortuna è arrivato anche il secondo pacchetto da mezzo chilo, il salamino era guasto, ma non dubitare che non l’ho buttato, con la fame che abbiamo l’avrei mangiato anche se era in più cattive condizioni (…) Il mangiare che ci danno è poco, e qui non si trova niente (…) Di notte fa molto freddo e bisogna dormire uno sull’altro per sentirlo meno”.

La conseguenza del proclama badogliano fu immediata: la superiorità organizzativa e militare dell’ex alleato fece scattare l’Operazione Achse, con l’immediata occupazione del suolo italiano, il disarmo dell’ormai sbandato esercito e il suo internamento nei campi di concentramento tedeschi. Così avvenne anche fuori dai confini italiani, come in Grecia, dove interi reparti imbastirono con i tedeschi furiosi combattimenti (sulle isole di Cefalonia e Corfù i nazisti compirono un vero eccidio). Tra gli italiani ci fu chi abbandonò la divisa e si unì ai partigiani greci, chi si nascose tra la popolazione e chi, la stragrande maggioranza, fu disarmato, catturato e deportato con la menzogna di un rimpatrio dopo la consegna delle armi. Così, mentre gli anglo-americani si apprestavano a risalire la penisola e i tedeschi organizzavano la liberazione di Mussolini e la creazione dello Stato-fantoccio della R.S.I., 700.000 soldati italiani caddero nelle mani dei tedeschi.

Balilla Gardini

L’8 settembre, Balilla Gardini si trovava in Grecia, nei pressi di Zaverda, inquadrato come soldato semplice nel 12° Reggimento Fanteria “Casale”.

“Un’improvvisata ci reca il Comandante della Compagnia con in mano un fonogramma della resa delle armi in armistizio dell’Italia. La notizia desta la gioia di noi tutti, seppure che il pensiero vada ai tedeschi che non sappiamo quale contegno avranno a nostro riguardo”.

Due giorni dopo, Balilla e i suoi compagni vengono disarmati e fatti partire a piedi e su carri bestiame con la promessa di un rientro in Italia.

“Diventa sempre più critica, le guardie ci tengono sempre chiusi perciò i nostri servizi personali dobbiamo farli in qualche recipiente e gettarli dalla feritoia del carro.”.

Il primo “No” al Fascismo, Gardini lo pronuncia in quei giorni, lungo la strada per la Germania, quando l’illusione di un rimpatrio è ormai svanita.

“Ci rende visita un ufficiale italiano il quale chiede chi vuole andare coi tedeschi volontario, del mio carro nessuno aderisce, tutti siamo decisi a non andare coi fascisti, succeda quel che vuole.”

Stessa cosa il 12 ottobre, quando nel suo diario annota

“Entriamo in territorio tedesco, ovunque siamo offesi e derisi ma pazienza, noi rimarremo della nostra idea, non aderiremo ad andare coi fascisti!”.

Lungo il viaggio, i tedeschi compiono soprusi e furti ai danni dei soldati italiani: anelli, orologi, sigarette vengono requisiti.

“Uno che protesta perché ci hanno portato via la fede nuziale viene colpito vigliaccamente da una moschettata alla testa. Compiuto simile gesto, le guardie se ne escono ridendo”.

Giunti al campo di concentramento di Wietzendorf (successivamente Gardini verrà trasferito ad Allendorf, Fallingbostel e in una sezione per prigionieri di guerra di Bergen-Belsen) Balilla e i suoi compagni apprendono che la vita del prigioniero italiano sarà differente da quella degli altri rinchiusi. Hitler etichettò infatti i soldati italiani come I.M.I. (Internati Militari Italiani) non concedendo loro lo status di ‘prigioniero di guerra’ e la conseguente assistenza internazionale riconosciuta per diritto di prigionia. Niente Croce Rossa, niente visite nei campi, nessun cambio d’abito, pulizia o igiene personale. Il tedesco mirava a vendicarsi del tradimento italiano con la tortura, la fame, il freddo e la promessa di liberazione immediata in caso di arruolamento “volontario” nelle fila del nuovo esercito di Mussolini. Dei 700.000 catturati e internati, 600.000 risposero “No” e preferirono i reticolati e le angherie alla “libertà”, definendo una – purtroppo ancora poco conosciuta – forma di Resistenza che impedì a Hitler di sfruttare militarmente una moltitudine di uomini, e che portò alla morte di almeno 50.000 di questi per fame, freddo e omicidio. Nei campi in cui transitò, Gardini lavorò spesso come barbiere, il suo mestiere, mantenendo il suo ideale di rifiuto al Fascismo.

“Mi metto a lavorare, guadagno sigarette che mi serviranno per comperare patate dai prigionieri che vanno a lavorare dai contadini, però bisogna stare attenti a cucinare perché le guardie dove trovano fuochi accesi rovesciano tutto e picchiano come dannati. Tutte le mattine c’è il solito discorso propagandistico fatto da un ufficiale in divisa da fascista che ci esorta ad aderire, molti costretti dalla fame cedono, noi teniamo duro, piuttosto moriremo di fame, oramai abbiamo deciso”.

Medaglia d’Onore

La condizione di I.M.I. trasformò gli italiani in veri e propri schiavi in mano a Hitler, che li utilizzò nel lavoro forzato delle industrie e miniere. Spogliati di ogni diritto, sfruttati fino alla morte, sottonutriti, picchiati e umiliati costantemente, gli internati italiani presero coscienza di ciò che il Fascismo era stato per i giovani: un’illusione che li aveva traditi e imprigionati, facendo crescere in loro la consapevolezza di una libertà da ottenere anche con la morte nel lager, rifiutando di andare a ingrossare le fila del nemico o attuando piccoli atti di sabotaggio sul lavoro. Molti morirono senza tornare a casa, con poche notizie provenienti dall’Italia, dove le forze partigiane stavano organizzando una Resistenza parallela alla loro. In una delle ultime pagine del diario, con calligrafia indecisa, Balilla racconta una giornata di “lavoro” fuori dal campo.

“Sveglia alle 4 del mattino, chi indugia un attimo per alzarsi viene frustato di santa ragione. Adunata fuori per l’appello. Il freddo è pungente, rimaniamo inquadrati sino alle 6, siamo gelati dal freddo, finalmente si parte per il lavoro. Arriviamo sul posto alle 8 del mattino, abbiamo fatto 9 km a piedi, il brutto comincia adesso, ci vengono distribuiti picconi e badili e giù in un canale profondo 6 metri a scavare. Non ho mai fatto un lavoro così pesante non sono abituato, cerco di fare alla meglio per scansare qualche legnata. Finalmente arriva mezzogiorno, tutti aspettiamo che ci diano qualcosa da mangiare ma le speranze sono vane, ci fanno riposare mezzora al freddo, indi di nuovo giù a scavare. La giornata è interminabile, i piedi sono sempre bagnati dall’acqua che penetra nelle scarpe. Alle 17 si cessa e si riparte per il campo, altri 9 km a piedi con quella stanchezza e la fame, da ieri a mezzogiorno non mangiamo, si mangia una volta al giorno, più di questo non ci danno. Così si susseguono le giornate, la temperatura diventa sempre più fredda, non c’è giorno che non piova, anche se venisse giù il cielo il lavoro non viene interrotto. Si vedono scene che fanno pietà, gente che va a cercare nei rifiuti delle immondizie qualche buccia di patate o rape per potersi sfamare, gli ammalati aumentano ma difficilmente vengono riconosciuti dal medico tedesco se non sono in condizioni gravi. Chi ha febbre sino a trentotto gradi sarà punito e dovrà andare a lavorare. Bastonate e punizioni terribili per cose di lieve entità, offese, imprecazioni e minacce sono cose comuni. Senza parlare dei civili, donne, uomini o bambini tutti sono contro di noi. Di 400 che eravamo, dopo un mese di lavoro siamo rimasti 120. Per proteggermi le mani dal freddo e dai calli che si sono aperti ho tagliato i risvolti del cappotto e ho fatto un paio di rudimentali guanti La sera chiedo visita, ho 38 e 5 di febbre. Vengo pesato: kg 48,2 sono ancora tra i più grassi”.

Dopo venti mesi di prigionia, Balilla Gardini fu liberato dagli inglesi e poté finalmente riabbracciare la sua famiglia a la sua Forlì. Sopravvisse al lager grazie alla forza di volontà che, come lui, animò altri 600.000 italiani. Nel 2014, suo figlio Mauro, oggi settantenne, ricevette numerose medaglie e attestati in memoria del padre, che rifiutò di servire il l’invasore tedesco e non collaborò con la R.S.I. durante la Resistenza. La storia di Balilla Gardini diventerà un libro.